Il termine somatico deriva dal greco soma, che significa “corpo”. Le pratiche somatiche si fondano sulla percezione e sulla comprensione dell’intelligenza corporea. Più che enfatizzare il solo movimento fisico, invitano a sviluppare una consapevolezza profonda delle sensazioni, delle immagini e dell’esperienza che emerge dal sistema nervoso durante l’esplorazione del corpo in movimento.
Nel dibattito sulla dimensione somatica della Contact Improvisation si nota spesso una certa ambiguità. È comune, infatti, portare all’interno della danza pratiche somatiche già strutturate (Somatics into Contact), invece di indagare l’aspetto somatico intrinseco della Contact stessa. Tuttavia, esplorare la somatica nella Contact non significa importare altre tecniche, perché la CI è già di per sé una pratica somatica.
Gli aspetti somatici della Contact Improvisation andrebbero dunque osservati dall’interno della pratica stessa — attraverso il suo sguardo, la sua visione, il suo linguaggio. I fondatori della disciplina non hanno mai tracciato confini rigidi: hanno lasciato che la pratica rimanesse aperta, viva, in continua evoluzione, incoraggiando una ricerca costante. È come se ci invitassero a costruire la nostra personale cornice di ricerca all’interno di un contenitore più ampio chiamato Contact Improvisation.
Ho sentito il bisogno di cambiare perché avevo lavorato sull’improvvisazione e sembrava che non potesse davvero essere insegnata, sembrava che fosse qualcosa che ognuno doveva insegnare a se stesso. (Paxton)
I principi somatici e il rischio della “scatola”
Nella “bolla di sinistra” (immagine) troviamo i fondamenti — le colonne portanti del funzionamento corporeo.
Quando questi principi si organizzano in differenti pratiche che oggi chiamiamo Tecniche Somatiche (la “bolla in alto”), vengono incanalati in una forma specifica, con un linguaggio e un approccio propri.
Portare queste “scatole” dentro la Contact può risultare limitante: le colonne portanti non sono più libere e non possiamo più ricostruirle secondo la nostra esperienza diretta. È come inserire un pacchetto già confezionato dentro la danza, adattandola a un modello esterno.
Se invece attingiamo direttamente alle fonti (così come accade per tutte le pratiche somatiche strutturate), ai principi fondamentali del corpo, possiamo costruire una struttura personale, un modo unico di danzare e di improvvisare. Con questo approccio diventa più difficile cadere in schemi ripetitivi (pattern), perché le colonne portanti possono essere continuamente rielaborate in forme sempre nuove.
In questo modo, la Contact diventa un campo di ricerca autentico e creativo: le stesse colonne che sorreggono il movimento possono essere utilizzate per qualsiasi percorso di indagine personale. Rimangono essenziali perché costituiscono la base dell’integrazione tra mente e corpo. Non attingiamo dunque a una tecnica predefinita, ma a un materiale vivo, flessibile, a cui possiamo dare forma di volta in volta.
Voglio spingere l’idea dell’auto-iniziativa nelle arti. Ciò che temo è la passività nelle arti, ciò che temo sono le persone che imparano il mestiere o impiegano 10.000 ore o 10 anni per imparare la professione e perdono la loro iniziativa. (Paxton)
La Contact come ricerca in atto
Il fascino della Contact Improvisation sta proprio qui: il percorso di definizione di una tecnica, ciò che solitamente collega la “bolla di sinistra” a quella in alto, avviene dentro la danza stessa.
Ricerca, strutturazione e danza coincidono. È come se non riuscissimo mai a definire una tecnica fissa: restiamo sulla freccia del movimento, senza mai “raggiungere” la bolla.
Questo modalità può risultare molto scomoda per il cervello umano che ha un bisogno innato di inscatolare e definire i processi. Il sistema nervoso raggiunge la sua massima soddisfazione nella riuscita mentre percepisce come fatica tutto il percorso di studio; ma è proprio in questa fase che i sistemi si evolvono, che la propriocezione e la percezione crescono.
La Contact quindi non esiste al di fuori dell’atto del danzare. È un processo, non un traguardo. Rappresenta la ricerca, non la definizione e forse proprio per questo i suoi fondatori hanno scelto di non fissarne i confini.
Quando l’improvvisazione è autentica, ci troviamo sempre in situazioni nuove e imprevedibili, che richiedono una costante esplorazione somatica per essere comprese e attraversate. Da qui possono nascere infinite “bolle” di ricerca, ciascuna espressione del nostro modo personale di danzare.
Linguaggio, pattern e libertà
Il modo di percepire è unico per ciascuno di noi.
Se adattiamo la nostra percezione a una tecnica preesistente, rischiamo di perdere la nostra presenza autentica e finire per danzare tutti nello stesso modo. Paxton ci metteva in guardia proprio da questo: dal pericolo che il linguaggio, pur utile, diventi un limite e porti all’uniformità.
Le tecniche, per loro natura, trasformano le strutture portanti in pattern, per renderle più organizzate e trasmissibili. Ma i pattern rappresentano un rischio: una volta interiorizzati, tendono a cristallizzarsi nel sistema inconscio e a ostacolare la libertà dell’improvvisazione.
Per questo è importante esercitare le strutture portanti senza irrigidirle in schemi fissi.
Le tecniche somatiche possono certamente essere un ottimo allenamento alla consapevolezza corporea, ma la loro efficacia dipende da come vengono praticate. Per essere realmente utili all’improvvisazione, non dovrebbero generare nuovi pattern, ma restare esperienze somatiche vive e aperte.
Paradossalmente, ai fini dell’improvvisazione, non si dovrebbe mai “arrivare” del tutto a strutturare un percorso: il cervello tende a rilassarsi quando raggiunge un obiettivo, trasformandolo in automatismo. Anche nello studio delle skill della Contact, dovremmo fermarci un attimo prima della completa riuscita: la vera pratica utile all’improvvisazione è la ricerca stessa, non il risultato finale.
La Contact Improvisation fornisce una sorta di piattaforma, ma molte persone quando entrano in contatto seguono le regole così come vengono loro spiegate, quindi passano attraverso questo filtro del linguaggio che fornisce una guida e a allo stesso tempo crea limitazione. L’improvvisazione penso che debba essere quasi slegata dal linguaggio o dalla danza di improvvisazione. (Paxton)
“Somatic into/of Contact”
L’espressione “Somatics into Contact” dovrebbe indicare un approccio che attinge direttamente ai principi fondamentali del corpo e della percezione, e non — come avviene spesso — l’applicazione di una tecnica somatica esterna all’interno della danza.
Poiché questa formula è ormai ampiamente utilizzata per descrivere connessioni di tipo diverso da quelle qui discusse, propongo di adottare la forma “Somatics of Contact Improvisation” per definire uno studio che riconosca nella Contact stessa un campo originariamente e intrinsecamente somatico.
Insomma, avete mai sentito l’espressione “Somatic into Feldekrais” o “Somatic into BMC”?
Non di certo poiché sono esse stesse delle pratiche somatiche.
Non hanno forse i fondatori della CI sviluppato un’autentica pratica somatica?
Per maggiori approfondimenti vi rimando al libro “Somatica della Contact Improvisation”
